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Dopo i rincari delle bollette di luce e gas potrebbero aumentare anche quelle del telefono (e di internet). La colpa, questa volta, non è della guerra o della speculazione. Ma di una delibera dell’Agcom. Già, perché l’autorità garante delle comunicazioni sta studiando un provvedimento per ritoccare i prezzi che gli operatori pagano per utilizzare la rete fissa. Non tutta, ma solo quella in rame. Con l’obiettivo dichiarato di favorire la migrazione verso la fibra. Al momento si tratta di una bozza in consultazione. Ma se dovesse venire confermata, i maggiori costi sostenuti dalle aziende di telefonia rischiano di essere scaricati sui clienti finali, già alle prese con i rincari dei prodotti e dell’energia.     IL PEDAGGIO Ma andiamo con ordine. Regolarmente, Agcom fissa l’obolo che le aziende di telecomunicazioni devono versare per usare la rete in rame e in fibra. È come in autostrada: si paga un pedaggio per compensare l’usura e finanziare gli interventi di manutenzione. Tuttavia, a causa dei rincari degli ultimi mesi, per la prima volta in vent’ anni, nel 2023 il canone mensile per la rete in rame aumenterà, e di parecchio (per quest’ anno, invece, si è deciso di confermare i tariffari del 2021). Nello specifico, il servizio ULL – ovvero l’affitto del cosiddetto “ultimo miglio”, il cavo che dalla centrale telefonica arriva in casa- passa da 8,9 a 9,7 euro al mese (+9%). Questo mentre il servizio SLU, che consiste nell’utilizzo del filo di rame che congiunge l’armadio stradale all’abitazione, aumenta del 23%, da 5,3 euro a 6,55 euro. Infine, il costo per l’utilizzo del FTTH, i cavi di fibra che arrivano direttamente in casa del cliente, diminuisce del 7,9%, da 15,35 a 14,13 euro. Secondo Agcom, gli aumenti proposti, oltre a remunerare il gestore della rete per l’incremento dei costi registrato negli ultimi mesi, servono principalmente a incentivare gli operatori che ancora fanno affidamento sul rame a servirsi solo della fibra. Tuttavia, ci sono alcune cose che non tornano. Innanzitutto, i nuovi tariffari riguardano anche il FTTC (ovvero fibra fino all’armadio stradale e poi rame), il servizio di nuova generazione più diffuso (il FTTH copre solo il 35% delle famiglie) che di conseguenza diventerà più caro. Ma soprattutto, è la convinzione diffusa nel settore tlc, non c’è bisogno di incentivi. In questo momento, infatti, gli operatori stanno già traslocando da FTTC a FTTH. Dove questo è possibile. Nel 60% del territorio, infatti, l’iperfibra, o FTTH, ancora non c’è. In queste zone l’unico risultato sarà dunque quello di sussidiare la rete in rame, di proprietà di Tim, già ammortizzata da tempo.     I CONTI NON TORNANO Stando così le cose la decisione dell’Agcom sembra paradossale: con la scusa di compensare gli aumenti dei prezzi di energia e materiali che incidono sui costi di costruzione della rete, viene sovvenzionata la parte dell’infrastruttura già esistente, quella in rame, realizzata anni fa, e non quella in fibra (in parte da costruire). Ma c’è di più. Le tariffe dei servizi all’ingrosso stabilite dall’Autorità si basano sui costi di “rimpiazzo” e non su quelli effettivi: in pratica, il costo è calcolato come se la rete dovesse venire costruita da zero. Al di là delle questioni tecniche e della correttezza o meno delle valutazioni dell’Agcom, comunque, una cosa è certa: se gli aumenti scattano, i consumatori dovranno prepararsi a pagare il conto. E forse il momento non è proprio quello adatto. 

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