Il governo Meloni parte dal deficit: 15 giorni per l’intesa con la Ue. I dossier più caldi #adessonews

Fisco

Sbandierata la flat tax in campagna elettorale, i partiti di maggioranza devono ora accordarsi sulle mosse fiscali. A partire dal concetto stesso di flat tax, che nelle proposte del centrodestra non appare univoco (né “puro”). Fratelli d’Italia caldeggia l’estensione della tassa piatta per le partite Iva fino a 100mila euro di fatturato e sugli incrementi di reddito rispetto all’anno precedente, con la prospettiva di ampliarla alle famiglie. Anche la Lega parte da lì, per arrivare a regime a una flat tax per tutti, che però di “flat” ha poco: l’aliquota varia, per certi intervalli di reddito, in modo continuo. Mentre Forza Italia propone un passaggio intermedio con tre aliquote (5, 23 e 33%) e a regime una flat tax al 23 per cento.

Queste le promesse elettorali. Ma la materia è scottante, come dimostra anche l’affossamento del Ddl delega sulla riforma fiscale, avvenuto il mese scorso al Senato dopo quasi due anni di lavoro. E ora? Si dovrà ripartire tenendo presente i vincoli: i conti di finanza pubblica e l’effetto redistributivo dell’imposta sul reddito. «Non è il momento per dare seguito alle promesse elettorali», ha avvertito il presidente degli industriali, Carlo Bonomi, «bisognerà semmai pensare a una riforma organica del fisco».

Nell’immediato le risorse vanno convogliate sulle urgenze, sul caro bollette. Ma si guarda anche al taglio del cuneo. A fine anno scade lo sgravio contributivo del 2% per i lavoratori con redditi fino a 35mila euro (che vale 25-30 euro mensili): per confermarlo servono circa 3,5 miliardi, ma il centrodestra punta a misure più robuste, in linea con le proposte di Confindustria.

E cioè: taglio strutturale da 16 miliardi, per dare a quella stessa fascia di italiani circa 1.223 euro annui. Si pensa a un percorso graduale, ma vanno reperite le coperture. A finanziare i tagli potranno contribuire le risorse derivanti dalla lotta al sommerso, che si conosceranno solo con gli allegati alla NaDef sull’andamento dell’evasione fiscale e contributiva.

Agevolazioni

Dopo un anno sulle montagne russe – dalla stretta antifrodi alle ultime modifiche “sblocca cessioni” – con la manovra di bilancio si metterà mano ancora una volta alle regole sui bonus edilizi.

L’esecutivo Draghi ha già previsto proroghe fino al 2024 (per quasi tutti i bonus ordinari) e al 2025 (per il superbonus su condomìni ed edifici plurifamiliari, con riduzione della percentuale fino al 65%).

Ma la cronaca degli ultimi mesi dimostra che il sistema non è in equilibrio: le agevolazioni sono tantissime e spesso hanno regole poco coerenti; il blocco delle cessioni ha mandato in tilt molti contribuenti e molte imprese; il costo per le casse pubbliche è pesante.

Certo, chi difende il 110% ne rimarca il sostegno al Pil. Ma, dal fronte opposto, è sempre più forte la voce di chi si chiede se abbia senso che lo Stato copra l’intero costo dei lavori in un periodo di emergenza bollette e inflazione. Per dare un parametro, valgono 56,3 miliardi le detrazioni previste a fine lavori per gli interventi del solo 110% in versione “eco” asseverati all’Enea al 30 settembre.

L’ipotesi fatta trapelare da Fratelli d’Italia è una riduzione del superbonus intorno all’80%, salvando il 110% per i lavori già avviati e magari prevedendo aliquote ridotte per le seconde case (l’ipotesi circolata è 65%). È un intervento che potrebbe essere abbinato al riordino dei bonus ordinari (50% ristrutturazioni; ecobonus; sismabonus; bonus mobili e giardini).

Bisognerà poi decidere cosa fare dei bonus in scadenza il 31 dicembre 2022, per i quali finora non si è parlato di rinnovo: il superbonus per unità monofamiliari e indipendenti; il bonus facciate; la detrazione del 75% per l’abbattimento delle barriere architettoniche. Mai come ora privati e imprese hanno bisogno di regole con un orizzonte pluriennale che non debbano essere riscritte con le prossime leggi di bilancio.

Riscossione

Chiamiamoli condono, sanatoria o definizione agevolata. Ma consentire una via d’uscita dai debiti fiscali (e non solo) affidati alla riscossione è uno dei capisaldi nell’agenda del prossimo governo di centrodestra. Il programma elettorale parla chiaro: «Pace fiscale e “saldo e stralcio”: accordo tra cittadini ed Erario per la risoluzione del pregresso». La traduzione in pratica potrebbe essere modulare e contraddistinta da più fronti e tempi intervento.

La maggiore urgenza – come dimostra anche il tam tam politico – è rappresentata dalle cartelle esattoriali. Da un lato, la forte pressione di rincari energetici e inflazione su famiglie, imprese e professionisti potrebbe comportare difficoltà crescenti nel saldare i conti anche di piani di dilazione o della rata 2022 della rottamazione-ter. Dall’altro lato, c’è un non riscosso pari a 1.100 miliardi di euro.

La strada stretta dei tempi per un segnale immediato, unita al quadro di finanza pubblica, sembra suggerire una serie di misure che partono dal solco di quanto già sperimentato. Tra le ipotesi, c’è un mix di stralcio “puro” del debito pregresso iscritto a ruolo (l’ultima operazione simile è stata varata nel 2021 fissando l’asticella a 5mila euro, ma solo per redditi non oltre i 30mila euro) e di saldo e stralcio. In questo caso, sarà dirimente la soglia al di sotto della quale il debito verrà cancellato senza pagare e quella da cui, invece, bisognerà comunque pagare anche se in forma ridotta (fino a un 20%).

Per gli importi più elevati nel mirino c’è una nuova rottamazione: le maggiori imposte contestate andrebbero versate tutte, ma sanzioni e interessi sarebbero forfettizzati. Con più tempo per pagare rispetto alle tre edizioni della rottamazione: fino a dieci anni. Nel calderone di una pace fiscale “modulare” potrebbero rientrare anche le liti tributarie. Per ora è in corso la sanatoria solo per le controversie in Cassazione. Su come intervenire ulteriormente il dibattito è destinato a riaprirsi entro la legge di Bilancio.

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