Mps, arriva il via all’aumento da 2,5 miliardi. Il titolo crolla in Borsa, volano i bond #adessonews

I tempi

L’aumento di capitale di Mps partirà lunedì prossimo, 17 ottobre, e si concluderà il 3 novembre. I diritti di opzione, negoziabili in Borsa fino al 25 ottobre, potranno essere esercitati fino al 31 ottobre mentre quelli non sottoscritti saranno offerti in Borsa, attraverso l’asta dell’inoptato, l’1 e il 2 novembre e il loro esercizio dovrà avvenire entro il 3 novembre.

Le ragioni del ritardo

La cautela degli ultimi giorni nasce dalla frenata di alcune delle banche di seconda fila, i cosiddetti joint bookrunners, elenco che comprende Banco Santander, Barclays, Société Générale e Stifel Europe Bank e si aggiungono ai global lead coordinator BofA, Citigroup, Credit Suisse e Mediobanca: gli istituti chiedevano di vedere nero su bianco gli impegni vincolanti degli investitori privati raccolti in queste settimane dal management di Mps in via informale o in maniera non vincolante. Un atteggiamento che nelle ultime ore ha fatto temere anche una frattura all’interno del consorzio o ipotizzare tra chi lavora sul dossier anche una revisione al ribasso della cifra finale dell’aumento.

Va detto che la conversione da parte del consorzio del contratto di pre-underwriting in uno contratto di garanzia era il viatico essenziale per il buon esito dell’operazione. In uno scenario macro a dir poco a tinte fosche, con un conflitto aperto in corso, scenari inflattivi sempre più allarmanti, il consorzio di garanzia sarà infatti realisticamente chiamato a intervenire a valle dell’operazione di rafforzamento, coprendo la sottoscrizione dell’inoptato.

I nuovi investitori del Monte

Ma quali sono le cifre in gioco? Dei 2,5 miliardi previsti, come noto, 1,6 miliardi arriveranno dal Tesoro, azionista di maggioranza della banca con il 64% del capitale. L’interesse degli osservatori è invece tutto concentrato sui rimanenti 900 milioni. Di questi, circa 500 milioni in caso di inoptato saranno coperti in prima battuta da investitori italiani e internazionali. L’elenco è lungo: si parla di Axa, partner assicurativo che dovrebbe mettere sul piatto circa 100-150 milioni; le Fondazioni toscane, tra cui spicca CariFirenze, che potrebbero contribuire con circa 30 milioni. In pista poi ci saranno l’imprenditore francese Denis Dumont (30 milioni) e il fondo Algebris di Davide Serra (che sottoscriverà 20 milioni, 30 in quanto componente del consorzio di garanzia), entrambi ex azionisti del Creval che hanno stabilito un rapporto di fiducia con il ceo Lovaglio quando era al vertice della banca valtellinese poi finita sotto opa del Credit Agricole. A far la sua parte sarà infine anche Anima, a lungo accreditata di un ruolo da anchor investor (tanto da aver dato la disponibilità fino a 200 milioni) e che questa sera delibererà un impegno a sottoscrivere invece 25 milioni come sub-accollo. Un ruolo lo potrebbero avere poi le Casse previdenziali sondate dal Tesoro e i fondi di investimento domestici e internazionali, che però potrebbero entrare in corso di aumento. L’inoptato a carico delle banche d’affari dovrebbe dunque attestarsi attorno ai 307 milioni, ma i conti si faranno solo alla fine del collocamento.

A distanza di cinque dal precedente aumento, costato 8,2 miliardi di euro di cui 5,4 miliardi messi dal Tesoro, Banca Monte dei Paschi si ripresenta così al mercato per chiedere altro denaro fresco. Questa volta, dei 2,5 miliardi circa 8-900 milioni andranno a finanziare gli oltre 4mila esuberi volontari già firmati, mossa che servirà ad abbattere i costi di oltre 270 milioni annui già dal 2023, come preannunciato dal ceo Luigi Lovaglio. Il resto servirà a puntellare invece il capitale, su cui pesa uno shortfall evidenziato dalla Banca Centrale Europea.

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